Stimolazione magnetica transcranica (TMS) del precuneo per migliorare la memoria e l’attività neurone nelle fasi prodromiche di malattia di Alzheimer. (2017)

I risultati dello studio italiano sulla stimolazione magnetica transcranica (TMS) per i pazienti affetti da demenza tipo Alzheimer in fase prodromica. La TMS è uno strumento che già da qualche anno viene usato nel trattamento di diverse patologie neurologiche e psichiatriche e che è già stato approvato dalla Food and Drug Adminsitration statunitense per il trattamento delle forme di depressione farmaco-resistenti.
La TMS è uno strumento in grado di generare campi magnetici che attraversano la scatola cranica e si trasformano in impulsi elettrici, stimolando così la riattivazione dei neuroni e delle connessioni sinaptiche (le vie in cui viaggiano le informazioni all’interno del nostro cervello sotto forma d’impulso elettrico).
Volendo stimolare la memoria, i ricercatori del Santa Lucia, in questo studio, sono andati ad agire su una particolare rete neurale, chiamata ‘Default Mode Network’ (DMN).
Il DMN è un’area centrale e profonda del cervello altamente connessa con l’ippocampo, regione cerebrale cui hanno sede i neuroni deputati a svolgere la maggior parte dell’attività mnesica del nostro cervello e area maggiormente colpita nella malattia di Alzheimer. Il DMN inoltre svolge una preziosa attività correlata alla nostra consapevolezza dell’ambiente e alla capacità di comprendere la situazione in cui ci troviamo in un determinato momento. Capacità queste che si deteriorano progressivamente nella demenza di Alzheimer.
Come osserva il Dr. Koch: “Studi internazionali stanno facendo emergere in modo sempre più chiaro che la stimolazione magnetica transcranica, quando viene applicata in modo continuativo, mostra effetti neuroriabilitativi anche nel trattamento di deficit neuromotori e cognitivi provocati da altre patologie, come l’ictus cerebrale e la sclerosi multipla. E’ utilizzata con successo anche per il trattamento dei disturbi d’ansia, schizofrenia e malattia di Parkinson”.
Altro aspetto rilevante di questo studio riguarda la possibilità di utilizzare la TMS come biomarcatore della malattia di Alzheimer affianco agli altri strumenti utilizzati per rilevare precocemente i segnali organici della malattia.
Le due metodiche oggi più diffuse per la diagnosi precoce sono il prelievo del liquido cerebrospinale mediante ricovero e puntura lombare e l’esame con la PET. Entrambi gli esami servono a rilevare accumuli di beta-amiloide nel nostro sistema nervoso ma, se da un lato ci danno preziose informazioni sullo stato cerebrale, dall’altro si rivelano procedure molto costose e la prima anche particolarmente invasiva.
La TMS potrebbe così rappresentare una buona alternativa non invasiva ed economica. L’idea sarebbe quella di creare un protocollo specifico che preveda l’utilizzo della TMS in modo non continuativo, ma “isolato e puntuale”, come precisa il Dr. Koch, così da generare una sorta di mappatura del livello di connettività cerebrale della persona in base a precise informazioni neurofisiologiche che permetterebbero di rilevare eventuali differenze funzionali rispetto all’attività cerebrale di un soggetto sano.
Leggi l’abstract (in lingua inglese)

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